TAMBURI DI GUERRA, EMANUELA FANCELLLI INTERVISTA LLORENC LLUELL

TAMBURI DI GUERRA, EMANUELA FANCELLLI INTERVISTA LLORENC LLUELL

Entrevista de uno de nuestros socios Llorenç Lluell por Emanuela Fancelli en el Nuevo Giornale Nazionale https://www.nuovogiornalenazionale.com/index.php/estero/politica-internazionale/17698-tamburi-di-guerra-emanuela-fancellli-intervista-llorenc-lluell.html

a cura di Emanuela Fancelli Politica Internazionale 18 Maggio 2024

a cura di Emanuela Fancelli

La crescente instabilità geopolitica e le conseguenti minacce alla pace hanno riaperto la questione della “difesa europea”. La guerra Russia – Ucraina, letta assieme al conflitto Israele – Palestina ed alle crescenti tensioni nel medio-oriente, assume un diverso significato, passando da “conflitto principale” a “focolaio”.

In un contesto geopolitico diverso da quello che ha caratterizzato il decennio scorso, i principi enunciati nel corso del tempo sembrano acquisire diversi connotati e, soprattutto, da concetti astratti divengono valori che devono indirizzare azioni concrete. L’UE e gli Stati membri si impegnano ad investire nella “difesa comune” per proteggere l’Unione ed i suoi cittadini e possiamo cogliere gli esempi concreti di cosa si intenda, oltre le enunciazioni teoriche, per “difesa comune” negli interventi di alcuni politici europei.

Il cancelliere Scholz afferma che «Serve mettere a pieno regime la produzione di armamenti. Dobbiamo orientarci a fabbricare tutte le munizioni necessarie» e dall’analisi della European Defence Industrial Strategy, pubblicata lo scorso 5 marzo, emerge l’obiettivo di concentrare le forze sulla readiness militare e industriale dell’UE nel proteggere i propri cittadini e territori, “prontezza” che si traduce in una adeguata capacità militare europea, che sottende una non indifferente spesa.

Se da un lato Sholz, sostiene apertamente la politica della deterrenza, citando il noto brocardo “Si vis pacem, para bellum” “Chiunque voglia la pace deve riuscire a dissuadere i potenziali aggressori”, con l’evidente impegno economico in tal senso, la Polonia sembra concentrare i propri sforzi sulla “difesa” in senso stretto. L’annuncio del Comune di Varsavia di voler investire circa 30 milioni di euro nella ristrutturazione dei vecchi bunker e nella costruzione di una rete di rifugi in tutta la città induce ad interrogarsi sul concetto di difesa degli Stati e dei cittadini e sul ruolo che avranno le imprese del settore.

In una intervista all’Avv. Llorenc Lluell, esperto in sicurezza, abbiamo cercato di offrire una prospettiva ulteriormente diversa, arricchita dall’esperienza personale e professionale che Llorenc Lluell ha nel settore della “sicurezza”. 

“Somos tecnología de seguridad” – “Ci occupiamo di tecnologia della sicurezza”,  con queste parole l’imprenditore spagnolo Lluell definisce il lavoro della GBI, società di cui è consigliere delegato  e che opera nel settore delle costruzioni e della sicurezza. 

D: Come si è formata la sue esperienza nel settore della “sicurezza” e perché ha scelto di lavorare in questo campo?

R: Sono un semplice imprenditore che ha iniziato la propria esperienza lavorativa proprio nel settore della sicurezza per l’amministrazione spagnola ed altri paesi. Lasciata l’amministrazione, non ho mai abbandonato questo mondo e, forse, è una delle costanti della mia vita. Da qualche tempo ho abbracciato il progetto “GBI”; ci occupiamo di infrastrutture di alta sicurezza, dalla protezione di dati sensibili o altamente riservati, alla progettazione di bunker, rifugi antiaerei modulari in superficie o subterránei.

D: Interessante settori apparentemente distanti, bunker e dati riservati, siano collegati.

R: La nuova guerra fredda si combatte nel campo della tecnologia. I dati avranno sempre valore, sia che consentano azioni negative, sia che si tratti di calcoli statistici o storici, avranno sempre un valore. In questa situazione si deve inoltre tener conto dell’Intelligenza Artificiale che contribuisce all’evoluzione continua ed incessante del sistema.

D: L’IA suggerisce ulteriori metodi di protezione oppure costituisce una minaccia alla sicurezza?

R: L’IA è uno strumento vivente, di formazione, apprendimento e auto-correzione che non smette mai di evolversi. Ricorda il gioco dei Pokemon, dove l’allenatore nutre ed allena l’animaletto per farlo diventare più forte. La capacità di elaborazione dei dati e l’auto-apprendimento combinati con i nuovi processori o con l’informatica quantistica stanno mettendo a rischio i sistemi di sicurezza basati sulla crittografia. I processi odierni di custodia dei dati digitali si basano sulla tecnologia, facendo affidamento sull’implementazione di nuove tecniche per renderli sicuri, ma  in realtà i sistemi sono sicuri finché la tecnologia che ne è alla base non è accessibile. Nel momento in cui quella tecnologia diviene “conosciuta”, verrà utilizzata per violare le difese da essa stessa create. La criptografia permette di proteggere le informazioni ed i dati che immettiamo in rete o inviamo ad altre persone.

D: Cos’è veramente la crittografia?

R: L’origine di questo termine deriva dal greco “Kryptos” – nascosto e  “grafia” – scrittura. Parliamo infatti di “scrittura nascosta” e si basa sulla necessità di inviare e ricevere messaggi il cui contenuto può essere letto soltanto con la chiave corrispondente. I tipi di crittografia che vengono implementati contribuiscono a garantire la sicurezza delle informazioni trasmesse nel messaggio. Si potrebbe dire che la crittografia è una scienza e talvolta un’arte che consente di effettuare in sicurezza  transazioni e comunicazioni, pensiamo al whats-app.

Originariamente inventata per preservare la sicurezza delle trasmissioni di messaggi inter-militari, al giorno d’oggi, la sua applicazione è più diffusa, anche se è utilizzata soprattutto negli ambiti  che riguardano la cybersecurity e la sicurezza informatica e cibernetica. I tipi di crittografia trasformano un messaggio di testo in un codice cifrato. L’operazione di crittografia  impedisce ad altri di conoscerne il contenuto perché utilizza un algoritmo legato a sua volta ad un’altra variabile, rendendo il testo comprensibile esclusivamente a chi  dispone di quella chiave o variabile.

D: Lo scorso febbraio, la presidente della Commissione UE Ursula Von der Leyen è così intervenuta nella plenaria del Parlamento Europeo: “la verità è che non stiamo vivendo con il conflitto solo dal 2022, ma da molto più tempo. Le minacce alla nostra sicurezza, alla nostra prosperità e al nostro stile di vita si presentano in molte forme. Alcune sono evidenti, altre sono più confuse in superficie”. 

La guerra tra la Russia e l’Ucraina ed il conflitto in Palestina sono soltanto i focolai più evidenti di questo conflitto in atto e quindi destinati a moltiplicarsi?

R: “Igitur qui desiderat pacem, praeparet bellum”. Come ha detto lei, se vuoi la pace, preparati alla guerra, una frase erroneamente attribuita a Giulio Cesare, ma che in realtà è estrapolata da un passo dello scrittore militare romano Vegezio.

Che viviamo in tempi instabili e turbolenti è una certezza evidente anche solo guardando i telegiornali.

In alcuni casi sembra di rivivere situazioni del passato: si ripropongono i medesimi schemi, cambiano gli attori ma gli scenari sono gli stessi. E’ difficile non fare parallelismi, ad esempio, tra le necessità materiali del Giappone nel 1940 e della Cina nel 2024. Pensiamo a come si siano legittimate, nel tempo, le invasioni: difendere le popolazioni di una determinata etnia. Una simile argomentazione è stata addotta dalla Russia per giustificare l’invasione dell’Ucraina, e non le ricorda quella utilizzata dalla Germania nazista per invadere la Cecoslovacchia o la Polonia? Ovviamente il paragone non è fine a se stesso, voglio sollecitare una riflessione.  

Nel contempo, oggi c’è un barlume di speranza, perché, dopo un lungo letargo, l’Europa sembra risvegliarsi, cercando il consenso dei Paesi dell’Unione, verso un obiettivo comune, il riarmo industriale, ma, come due facce della stessa medaglia, e come contrappeso ad una ritrovata “unione”, dobbiamo aggiungere l’ascesa di un sentimento nazionalista incapace di portare avanti un progetto unitario a medio o lungo termine. Tra l’altro, non è neppure sempre colpa dell’amministrazione politica.

D: Quali sono le principali minacce alla sicurezza dell’Europa in questo momento?

R: Alcune settimane fa, il Ministro della difesa spagnola Margarita Robles si è espresso sostenendo tale possibilità. Successivamente, il presidente francese Emmanuel Macron ha contemplato la possibilità che alcuni paesi europei dovessero inviare truppe in Ucraina. Da ultimo si parlava di un decreto per mobilitare le imprese in caso di escalation del conflitto.

In sottofondo, si odono i rulli dei tamburi di guerra. 

Non entrerò nel merito delle questioni militari, ma le dico chiaramente che in queste strategie vedo mancanze importanti, in particolare l’assenza di investimenti nella difesa, in senso stretto, della popolazione civile.  

D: Si parla spesso di salvaguardia degli Stati e dei cittadini, ma, a parte la Polonia, sembra che questa protezione non sia altro che un maggiore investimento nella produzione di armi, forse per un vero esercito comune. Qual è la sua opinione sulle dichiarazioni in merito alla “difesa europea”?

R: Le politiche di difesa delle nazioni europee, per non andare troppo lontano, si riferiscono solitamente ad investimenti ed acquisti di armamenti. Con qualche eccezione, ci sono state al più istruzioni alla cittadinanza su come comportarsi o affrontare un conflitto. Ritengo che la difesa in senso stretto passi per infrastrutture deputate a proteggere. Ad es., noi sviluppiamo rifugi antiatomici modulari, che possono essere prodotti e dispiegati in breve tempo, nonché bunker e difese mobili passive per proteggere le infrastrutture sensibili. Questa è la parte di difesa che non vedo attuata. Gli arsenali non devono essere dotati esclusivamente di armi.

D: Le intenzioni della Polonia di investire in Bunker interpretano bene il concetto di “difesa civile”?

R: Il governo polacco ha ben compreso che la storia dell’Europa slava, per più di dieci secoli, è stato un costante attraversamento di confini e guerre trans-frontaliere; ora siamo di fronte ad un nuovo movimento. Sono molto vicini alla guerra, in tutti i sensi, sia geograficamente sia politicamente, e la priorità è  la difesa civile, la tecnologia dei bunker è un’altra questione.

D: Lei è partner di una società di consulenza per la sicurezza, la GBI-Baluart, pioniera nella difesa civile. Come si protegge la popolazione?

R: Noi sviluppiamo una serie di prodotti focalizzati sulla difesa, in senso stretto, dei civili, come i R.A.M.S. e i rifugi, antiaerei modulari, di superficie, sotterranei. Grazie ai progressi in ingegneria e ai nuovi materiali, possiamo creare moduli prefabbricati da assemblare in poche ore in una zona calda per offrire un valido riparo alle persone. I bunker peraltro non sono, come si potrebbe immaginare, meri rifugi da utilizzare solamente in caso di attacco, ma costruzioni utili alla comunità in ogni momento. La nostra visione ne ha permesso un’evoluzione in senso pratico: opere utilizzabili in tempo di  pace come in tempo di guerra.

D: Rifugi… all’indomani delle dichiarazioni della Polonia, se ne sono evidenziati i lati negativi. Forse abbiano una visione superata?

R: Per la maggior parte, quelli esistenti sono semplici sarcofagi. Che cos’è un bunker? Per cominciare, poiché solo in pochi paesi sono regolamentati, useremo la definizione dei dizionari. Il “bunker” è una stanza rinforzata con una buona porta. Nonostante l’armamento si sia evoluto negli ultimi decenni, la maggior parte dei bunker o rifugi non lo ha fatto, quindi sono vulnerabili a impatti diretti. Costruirli in superficie era una sfida che ci ossessionava, quindi, oltre a sfruttare gli ultimi progressi in ingegneria, abbiamo aggiunto nuovi materiali e li abbiamo resi di “ultimissima generazione”.

D: In superficie, vuol dire che queste strutture non vengono necessariamente costruite sottoterra?

R: Dovrebbero, ma li abbiamo creati per la guerra in Ucraina e anche il governo si è interessato alla nostra proposta. L’ideale sarebbe una costruzione interrata, con un sistema chiamato tunnel falso. Il problema è che, quando la guerra è in corso, come nel caso dell’Ucraina, dove non si prevedeva un’invasione, o comunque l’attacco è stato immediato, il sistema deve essere più rapido e congeniale alle esigenze. Creare un tunnel falso richiede molto tempo, inoltre, c’è da considerare l’avanzamento nell’uso di droni e satelliti: qualsiasi satellite o drone potrebbe individuare la costruzione di un tunnel falso e l’inserimento di grandi moduli corazzati, trasformando il rifugio in un obiettivo. Costruendoli in superficie, possiamo montarli rapidamente nel luogo designato, e la velocità è fondamentale per la sicurezza.

D: E’ la costruzione in superficie che permette questa “celerità”?

R: In queste costruzioni, evidentemente, nulla è lasciato al caso. Costruire sottoterra ci obbligherebbe a fare uno studio geologico approfondito, a sapere in quale tipologia di terreno stiamo scavando, se ci sono canalizzazioni o falde. Costruire in superficie ci consente di adattarci a quasi ogni tipo di terreno.

D: State costruendo bunker in Ucraina?

R:  È un Paese in guerra, che si difende da una grande potenza come la Russia, con finanziamenti limitati, vincolati? Comunque è chiaro che può contare per lo più su armi militari. Dobbiamo considerare che la strategia della Russia è evidentemente quella di logorare l’Ucraina dal punto di vista economico. Comprendiamo bene queste circostanze, ma speriamo per il futuro. Come il governo ucraino sa bene, siamo a loro disposizione. Ci sono state comunicazioni con le loro autorità che comprendono e sembrano accettare la nostra tecnologia, e noi  capiamo le loro priorità, Dobbiamo quindi prepararci in tempo di pace, sperando che tutta questa preparazione non debba mai essere utilizzata.

D: Ha pensato di offrirli a Gaza?

R: Non è possibile, dato che non c’è accesso terrestre. Lavoriamo per proteggere la popolazione civile, e i civili sono civili, ovunque siano. O no? Abbiamo creato i RAMS per la guerra in Ucraina, dove c’è un aggressore e un aggredito, ma entrambe le parti hanno civili che devono essere protetti. Il nostro obiettivo è la sicurezza, creare un sistema che protegga la popolazione civile in caso di guerra o disastro.

D: Una curiosità, che tipologia di cliente si rivolge a voi?

R: I nostri principali clienti sono privati, offriamo prodotti personalizzati per ogni cliente, Paese, Nazione.

D: Bunker?

R: Bunker, ma soprattutto stanze del panico.

D: Le stanze del panico sono come quelle che vediamo nei film?

R: Le nostre stanze del panico sono progettate su misura per il cliente, ideate per restarvi al massimo un paio di giorni, ma con la cura per ogni minimo dettaglio. Quando un intruso entra nella tua casa, la senti violata e non ti sembra più tua. Per questo motivo creiamo sistemi reattivi meccanici che permettono non solo di frapporre un muro tra noi e l’aggressore, ma anche di allontanare quest’ultimo dall’abitazione.

D: Sistemi reattivi meccanici?

R: Immagini che entrino in casa sua, lei si rinchiude nella stanza del panico, ma, anche se la stanza è chiusa, è difficile non avere paura. Una volta passato il pericolo, vedrà di nuovo la sua casa come il suo rifugio intimo? Difficile. I nostri sistemi reattivi permettono non solo di mettersi al sicuro, ma anche di respingere gli aggressori attraverso sistemi che permettono di attivare allarmi acustici, nebbie chimiche, chiudere porte, ecc… Il fatto che siano meccaniche non è un caso, l’occupante deve attivare queste difese ed essere consapevole di farlo, perché in questo modo sente di non aver perso il controllo della propria casa, infatti il controllo è dell’occupante della stanza e non dell’aggressore.

Capisce che non posso fornire maggiori dettagli, ma si opera sempre nel rispetto della legislazione di ogni paese.

D: Sono curiosa di sapere qualcosa in più, l’immagine che si accende nella mente è la scena di qualche film.

R: Le dirò qualcosa in più allora. Non è solo una questione di mettere dell’acciaio; le stanze del panico hanno botole, sono piccole, esclusive ed attrezzate per scappare, se necessario. Queste entrate/uscite hanno la medesima sicurezza dell’ingresso principale, ma immagini di avere dei bambini piccoli: entrano nella stanza del panico, si chiudono dentro e non sanno come uscire. Nei loro tentativi di liberarsi, bloccano la porta. Come li fa uscire? È una stanza blindata. Grazie a questa botola corazzata, si può accedere all’interno. Ora immagini di rifugiarsi dentro la stanza del panico; l’aggressore sa che c’è una botola, potrebbe entrare attraverso quella., ma, anche conoscendo il luogo e i codici, non potrebbe, poiché la botola corazzata, ha dei lucchetti meccanici che l’utente può azionare per impedire l’accesso a chiunque.

La sicurezza risiede nei piccoli dettagli.

Anni fa, ho ascoltato in una conferenza il comandante italiano Giovanni Manunta, autore della teoria APT (attore, protezione, target), ancora oggi di estrema rilevanza. La sua teoria riguarda l’equilibrio tra l’attore, la protezione e il bersaglio in una situazione specifica. Una curiosità, oggi suo figlio guida una rinomata e rispettata società di consulenza in materia di sicurezza, che collabora attivamente con GBI Baluart, così come Enrique de Madrid, esperto di sicurezza. Altra curiosità, se posso permettermi, il fondatore di GBI, Daniel Pio, ha lavorato molti anni per me ed oggi è socio e migliore amico. Abbiamo grandi professionisti sia qui che all’estero con il chiaro obiettivo di migliorare costantemente.

D: E per evitare che la stanza segreta diventi una vera Panic room, è consigliabile e possibile, nel caso, inserire ulteriori personalizzazioni che, a livello psicologico, possano aiutare a gestire il tempo di permanenza?

R: Siamo tutti uguali e diversi allo stesso tempo, ogni stanza è progettata in base alla struttura dell’edificio e all’area in cui deve essere collocata e allo stesso tempo adattata alla specifica persona o famiglia per la quale è stata ideata, al punto che a volte finisce per essere una stanza molto utilizzata senza che ci sia bisogno di un allarme per entrarvi, la usano perché la trovano piacevole. Un rifugio, a volte, con un uso quotidiano e per la vita di tutti i giorni.

Nel caso di progettazioni commissionate da istituzioni ovviamente il discorso è in parte differente, ma anche in tal caso sono possibili integrazioni. Ad esempio, un rifugio antiaereo modulare RAM, che l’unico prodotto GBI con un design funzionale di serie, può essere integrato con moduli speciali, come il modulo ospedale. Nel caso di un bunker, a seconda delle esigenze del cliente, se per settimane o mesi, o nel caso di un rifugio nucleare, che sarà progettato per far vivere gli occupanti per anni e anni, i progetti sono sempre personalizzati.

D: Intuisco che avete costruito rifugi nucleari.

R: Esatto.

D: Potrebbe parlarcene? Ubicazione, committente?

R: No, come capirà.

D: Sono costosi?

R: Che cosa intende per “costoso”?

Un rifugio nucleare è progettato per l’impensabile. Se viene usato e la minaccia diventa reale, diverrà per anni l’habitat di alcune persone. Avvocato, quanto ha pagato la sua casa? Deve considerarlo come una casa, solo molto più complessa e completamente autosufficiente.

D: Come posso sapere se un rifugio nucleare è funzionante? Chiaramente, se c’è una guerra nucleare o una catastrofe e il rifugio non si rivelasse funzionale allo scopo non potrei far causa al costruttore. 

R: In effetti è una domanda lecita. La maggior parte dei rifugi che poi si rivelano non idonei ha visto gli sforzi dei progettatori concentrati per lo più sulle mura e le porte, quando quella è la parte più semplice. L’aspetto complesso, ma vitale, di un rifugio nucleare è la zona di servizio e rifornimento. Non guardate agli scaffali pieni di lattine e, se lo fate, controllate se c’è qualcosa dentro le lattine. La chiave della sicurezza, come funzionalità, è nella zona di servizio, che è la  sezione più complessa e costosa. Dall’approvvigionamento di acqua, che dovrete bere e usare per lavarvi, alla generazione di energia, al trattamento dei rifiuti, ecc…

D: Perché le persone che vivono in un Paese non in guerra vogliono un loro rifugio? E’ per semplice paura oppure hanno disponibilità di informazioni ulteriori?

R: Non si tratta di paura ma di prevenzione. Lei ha un’assicurazione sulla vita, vero? Non significa che morirà domani, ma sicuramente dà tranquillità e potrebbe essere di aiuto alla famiglia, in questo caso si potrebbe affermare la medesima cosa. Un bunker o una stanza del panico già “pronti” in caso di emergenza, sono una tranquillità e comunque è consigliabile che abbia un’utilità quotidiana: camera blindata personale o, perché no, come sala multiuso, sala giochi, ufficio, ecc.

D: Si parla di terza guerra mondiale, lei crede che sia imminente?

R: Noi ci dedichiamo a immaginare i peggiori scenari possibili e a cercare soluzioni per affrontarli, ma speriamo sempre nel meglio. La sicurezza si costruisce oggi per dormire tranquilli domani, ma, come ha detto, viviamo in tempi incerti. In Ucraina, vediamo giocattoli, elementi che erano pensati come tali, come i droni, trasformati in armi mortali per ingegno e necessità. Noi creiamo difese reattive per affrontare le minacce e ci sono  fattori che devono essere considerati e situazioni che devono essere affrontate  che sembra siano stati tralasciati. È il momento di farlo.

L’investimento nella difesa rispetto alle armi è preferibile, per certi aspetti, anche per un ulteriore motivo. Pur non volendo ipotizzare una escalation, cosa faremo di tutte quelle armi che oggi vengono appositamente prodotte ed utilizzate? E le imprese che medio tempore si saranno convertite nella produzione di armamenti?

D: Già si parla della presenza della lobby dell’industria delle armi nell’UE, c’è il pericolo che questa possa acquisire un peso determinante sulla bilancia della decisione Guerra-pace?

R: Mi sta chiedendo se sussiste il pericolo che si diventi come quei Paesi che sembrano essere spinti alla guerra per soddisfare la loro industria bellica? A differenza di queste altre nazioni, l’industria europea ha spirito di adattamento e si potrebbe definire “fantasiosa”, il che le ha dato la possibilità di sopravvivere reinventandosi. Vi faccio un esempio ammirevole, una nota fabbrica di macchine da caffè a capsule, durante la prima e seconda guerra mondiale, era dedita alla costruzione di cannoni. Pensate alla forma delle capsule, sembrano proiettili, e alla meccanica delle macchine per il caffè: si aprono o assemblano lasciando un foro per l’inserimento , appunto, della capsula. Una volta inserita, perché il caffè fuoriesca è necessario abbassare una leva o premere un qualcosa, così come un grilletto, solo che invece di sparare un proiettile ora spara il caffè.  Mi piace pensare che collaboreremo in questo senso, che sapremo rispondere alle esigenze dell’Europa. Un’altra cosa è che, nel migliore dei casi, l’industria non diventerà un male temuto, ma un servizio allo sforzo comune. Piuttosto cosa accadrà a tutti quei soldati che oggi sono in prima linea, che hanno imparato le tecniche militari, che hanno ucciso, si rassegneranno a stipendi minimi?

D: Stiamo creando futuri mercenari?

Ancora una volta, la chiave sta nell’economia, le soluzioni del domani sono nel presente. Dobbiamo preparare un piano che recuperi l’economia ucraina confidando che nel prossimo futuro  possa essere un vero motore economico e sociale, creando opportunità per la riconversione delle imprese e l’integrazione nella vita civile anche dei militari professionisti. Credo sia un progetto attuabile. Ho fiducia nell’industria europea, nella sua ingegnosità e adattabilità e questo è il motivo che spinge la GBI, consulenza sulla sicurezza, ad investire nello sviluppo di un nostro sistema di gestione e protezione dei dati digitali, come asse di diversificazione affinché non sia solo guerra a guidare ed ispirare il nostro lavoro.

Publicado en nuovo giornale nazionale