TAMBURI DI GUERRA, EMANUELA FANCELLLI INTERVISTA LLORENC LLUELL

TAMBURI DI GUERRA, EMANUELA FANCELLLI INTERVISTA LLORENC LLUELL

Entrevista de uno de nuestros socios Llorenç Lluell por Emanuela Fancelli en el Nuevo Giornale Nazionale https://www.nuovogiornalenazionale.com/index.php/estero/politica-internazionale/17698-tamburi-di-guerra-emanuela-fancellli-intervista-llorenc-lluell.html

a cura di Emanuela Fancelli Politica Internazionale 18 Maggio 2024

a cura di Emanuela Fancelli

La crescente instabilità geopolitica e le conseguenti minacce alla pace hanno riaperto la questione della “difesa europea”. La guerra Russia – Ucraina, letta assieme al conflitto Israele – Palestina ed alle crescenti tensioni nel medio-oriente, assume un diverso significato, passando da “conflitto principale” a “focolaio”.

In un contesto geopolitico diverso da quello che ha caratterizzato il decennio scorso, i principi enunciati nel corso del tempo sembrano acquisire diversi connotati e, soprattutto, da concetti astratti divengono valori che devono indirizzare azioni concrete. L’UE e gli Stati membri si impegnano ad investire nella “difesa comune” per proteggere l’Unione ed i suoi cittadini e possiamo cogliere gli esempi concreti di cosa si intenda, oltre le enunciazioni teoriche, per “difesa comune” negli interventi di alcuni politici europei.

Il cancelliere Scholz afferma che «Serve mettere a pieno regime la produzione di armamenti. Dobbiamo orientarci a fabbricare tutte le munizioni necessarie» e dall’analisi della European Defence Industrial Strategy, pubblicata lo scorso 5 marzo, emerge l’obiettivo di concentrare le forze sulla readiness militare e industriale dell’UE nel proteggere i propri cittadini e territori, “prontezza” che si traduce in una adeguata capacità militare europea, che sottende una non indifferente spesa.

Se da un lato Sholz, sostiene apertamente la politica della deterrenza, citando il noto brocardo “Si vis pacem, para bellum” “Chiunque voglia la pace deve riuscire a dissuadere i potenziali aggressori”, con l’evidente impegno economico in tal senso, la Polonia sembra concentrare i propri sforzi sulla “difesa” in senso stretto. L’annuncio del Comune di Varsavia di voler investire circa 30 milioni di euro nella ristrutturazione dei vecchi bunker e nella costruzione di una rete di rifugi in tutta la città induce ad interrogarsi sul concetto di difesa degli Stati e dei cittadini e sul ruolo che avranno le imprese del settore.

In una intervista all’Avv. Llorenc Lluell, esperto in sicurezza, abbiamo cercato di offrire una prospettiva ulteriormente diversa, arricchita dall’esperienza personale e professionale che Llorenc Lluell ha nel settore della “sicurezza”. 

“Somos tecnología de seguridad” – “Ci occupiamo di tecnologia della sicurezza”,  con queste parole l’imprenditore spagnolo Lluell definisce il lavoro della GBI, società di cui è consigliere delegato  e che opera nel settore delle costruzioni e della sicurezza. 

D: Come si è formata la sue esperienza nel settore della “sicurezza” e perché ha scelto di lavorare in questo campo?

R: Sono un semplice imprenditore che ha iniziato la propria esperienza lavorativa proprio nel settore della sicurezza per l’amministrazione spagnola ed altri paesi. Lasciata l’amministrazione, non ho mai abbandonato questo mondo e, forse, è una delle costanti della mia vita. Da qualche tempo ho abbracciato il progetto “GBI”; ci occupiamo di infrastrutture di alta sicurezza, dalla protezione di dati sensibili o altamente riservati, alla progettazione di bunker, rifugi antiaerei modulari in superficie o subterránei.

D: Interessante settori apparentemente distanti, bunker e dati riservati, siano collegati.

R: La nuova guerra fredda si combatte nel campo della tecnologia. I dati avranno sempre valore, sia che consentano azioni negative, sia che si tratti di calcoli statistici o storici, avranno sempre un valore. In questa situazione si deve inoltre tener conto dell’Intelligenza Artificiale che contribuisce all’evoluzione continua ed incessante del sistema.

D: L’IA suggerisce ulteriori metodi di protezione oppure costituisce una minaccia alla sicurezza?

R: L’IA è uno strumento vivente, di formazione, apprendimento e auto-correzione che non smette mai di evolversi. Ricorda il gioco dei Pokemon, dove l’allenatore nutre ed allena l’animaletto per farlo diventare più forte. La capacità di elaborazione dei dati e l’auto-apprendimento combinati con i nuovi processori o con l’informatica quantistica stanno mettendo a rischio i sistemi di sicurezza basati sulla crittografia. I processi odierni di custodia dei dati digitali si basano sulla tecnologia, facendo affidamento sull’implementazione di nuove tecniche per renderli sicuri, ma  in realtà i sistemi sono sicuri finché la tecnologia che ne è alla base non è accessibile. Nel momento in cui quella tecnologia diviene “conosciuta”, verrà utilizzata per violare le difese da essa stessa create. La criptografia permette di proteggere le informazioni ed i dati che immettiamo in rete o inviamo ad altre persone.

D: Cos’è veramente la crittografia?

R: L’origine di questo termine deriva dal greco “Kryptos” – nascosto e  “grafia” – scrittura. Parliamo infatti di “scrittura nascosta” e si basa sulla necessità di inviare e ricevere messaggi il cui contenuto può essere letto soltanto con la chiave corrispondente. I tipi di crittografia che vengono implementati contribuiscono a garantire la sicurezza delle informazioni trasmesse nel messaggio. Si potrebbe dire che la crittografia è una scienza e talvolta un’arte che consente di effettuare in sicurezza  transazioni e comunicazioni, pensiamo al whats-app.

Originariamente inventata per preservare la sicurezza delle trasmissioni di messaggi inter-militari, al giorno d’oggi, la sua applicazione è più diffusa, anche se è utilizzata soprattutto negli ambiti  che riguardano la cybersecurity e la sicurezza informatica e cibernetica. I tipi di crittografia trasformano un messaggio di testo in un codice cifrato. L’operazione di crittografia  impedisce ad altri di conoscerne il contenuto perché utilizza un algoritmo legato a sua volta ad un’altra variabile, rendendo il testo comprensibile esclusivamente a chi  dispone di quella chiave o variabile.

D: Lo scorso febbraio, la presidente della Commissione UE Ursula Von der Leyen è così intervenuta nella plenaria del Parlamento Europeo: “la verità è che non stiamo vivendo con il conflitto solo dal 2022, ma da molto più tempo. Le minacce alla nostra sicurezza, alla nostra prosperità e al nostro stile di vita si presentano in molte forme. Alcune sono evidenti, altre sono più confuse in superficie”. 

La guerra tra la Russia e l’Ucraina ed il conflitto in Palestina sono soltanto i focolai più evidenti di questo conflitto in atto e quindi destinati a moltiplicarsi?

R: “Igitur qui desiderat pacem, praeparet bellum”. Come ha detto lei, se vuoi la pace, preparati alla guerra, una frase erroneamente attribuita a Giulio Cesare, ma che in realtà è estrapolata da un passo dello scrittore militare romano Vegezio.

Che viviamo in tempi instabili e turbolenti è una certezza evidente anche solo guardando i telegiornali.

In alcuni casi sembra di rivivere situazioni del passato: si ripropongono i medesimi schemi, cambiano gli attori ma gli scenari sono gli stessi. E’ difficile non fare parallelismi, ad esempio, tra le necessità materiali del Giappone nel 1940 e della Cina nel 2024. Pensiamo a come si siano legittimate, nel tempo, le invasioni: difendere le popolazioni di una determinata etnia. Una simile argomentazione è stata addotta dalla Russia per giustificare l’invasione dell’Ucraina, e non le ricorda quella utilizzata dalla Germania nazista per invadere la Cecoslovacchia o la Polonia? Ovviamente il paragone non è fine a se stesso, voglio sollecitare una riflessione.  

Nel contempo, oggi c’è un barlume di speranza, perché, dopo un lungo letargo, l’Europa sembra risvegliarsi, cercando il consenso dei Paesi dell’Unione, verso un obiettivo comune, il riarmo industriale, ma, come due facce della stessa medaglia, e come contrappeso ad una ritrovata “unione”, dobbiamo aggiungere l’ascesa di un sentimento nazionalista incapace di portare avanti un progetto unitario a medio o lungo termine. Tra l’altro, non è neppure sempre colpa dell’amministrazione politica.

D: Quali sono le principali minacce alla sicurezza dell’Europa in questo momento?

R: Alcune settimane fa, il Ministro della difesa spagnola Margarita Robles si è espresso sostenendo tale possibilità. Successivamente, il presidente francese Emmanuel Macron ha contemplato la possibilità che alcuni paesi europei dovessero inviare truppe in Ucraina. Da ultimo si parlava di un decreto per mobilitare le imprese in caso di escalation del conflitto.

In sottofondo, si odono i rulli dei tamburi di guerra. 

Non entrerò nel merito delle questioni militari, ma le dico chiaramente che in queste strategie vedo mancanze importanti, in particolare l’assenza di investimenti nella difesa, in senso stretto, della popolazione civile.  

D: Si parla spesso di salvaguardia degli Stati e dei cittadini, ma, a parte la Polonia, sembra che questa protezione non sia altro che un maggiore investimento nella produzione di armi, forse per un vero esercito comune. Qual è la sua opinione sulle dichiarazioni in merito alla “difesa europea”?

R: Le politiche di difesa delle nazioni europee, per non andare troppo lontano, si riferiscono solitamente ad investimenti ed acquisti di armamenti. Con qualche eccezione, ci sono state al più istruzioni alla cittadinanza su come comportarsi o affrontare un conflitto. Ritengo che la difesa in senso stretto passi per infrastrutture deputate a proteggere. Ad es., noi sviluppiamo rifugi antiatomici modulari, che possono essere prodotti e dispiegati in breve tempo, nonché bunker e difese mobili passive per proteggere le infrastrutture sensibili. Questa è la parte di difesa che non vedo attuata. Gli arsenali non devono essere dotati esclusivamente di armi.

D: Le intenzioni della Polonia di investire in Bunker interpretano bene il concetto di “difesa civile”?

R: Il governo polacco ha ben compreso che la storia dell’Europa slava, per più di dieci secoli, è stato un costante attraversamento di confini e guerre trans-frontaliere; ora siamo di fronte ad un nuovo movimento. Sono molto vicini alla guerra, in tutti i sensi, sia geograficamente sia politicamente, e la priorità è  la difesa civile, la tecnologia dei bunker è un’altra questione.

D: Lei è partner di una società di consulenza per la sicurezza, la GBI-Baluart, pioniera nella difesa civile. Come si protegge la popolazione?

R: Noi sviluppiamo una serie di prodotti focalizzati sulla difesa, in senso stretto, dei civili, come i R.A.M.S. e i rifugi, antiaerei modulari, di superficie, sotterranei. Grazie ai progressi in ingegneria e ai nuovi materiali, possiamo creare moduli prefabbricati da assemblare in poche ore in una zona calda per offrire un valido riparo alle persone. I bunker peraltro non sono, come si potrebbe immaginare, meri rifugi da utilizzare solamente in caso di attacco, ma costruzioni utili alla comunità in ogni momento. La nostra visione ne ha permesso un’evoluzione in senso pratico: opere utilizzabili in tempo di  pace come in tempo di guerra.

D: Rifugi… all’indomani delle dichiarazioni della Polonia, se ne sono evidenziati i lati negativi. Forse abbiano una visione superata?

R: Per la maggior parte, quelli esistenti sono semplici sarcofagi. Che cos’è un bunker? Per cominciare, poiché solo in pochi paesi sono regolamentati, useremo la definizione dei dizionari. Il “bunker” è una stanza rinforzata con una buona porta. Nonostante l’armamento si sia evoluto negli ultimi decenni, la maggior parte dei bunker o rifugi non lo ha fatto, quindi sono vulnerabili a impatti diretti. Costruirli in superficie era una sfida che ci ossessionava, quindi, oltre a sfruttare gli ultimi progressi in ingegneria, abbiamo aggiunto nuovi materiali e li abbiamo resi di “ultimissima generazione”.

D: In superficie, vuol dire che queste strutture non vengono necessariamente costruite sottoterra?

R: Dovrebbero, ma li abbiamo creati per la guerra in Ucraina e anche il governo si è interessato alla nostra proposta. L’ideale sarebbe una costruzione interrata, con un sistema chiamato tunnel falso. Il problema è che, quando la guerra è in corso, come nel caso dell’Ucraina, dove non si prevedeva un’invasione, o comunque l’attacco è stato immediato, il sistema deve essere più rapido e congeniale alle esigenze. Creare un tunnel falso richiede molto tempo, inoltre, c’è da considerare l’avanzamento nell’uso di droni e satelliti: qualsiasi satellite o drone potrebbe individuare la costruzione di un tunnel falso e l’inserimento di grandi moduli corazzati, trasformando il rifugio in un obiettivo. Costruendoli in superficie, possiamo montarli rapidamente nel luogo designato, e la velocità è fondamentale per la sicurezza.

D: E’ la costruzione in superficie che permette questa “celerità”?

R: In queste costruzioni, evidentemente, nulla è lasciato al caso. Costruire sottoterra ci obbligherebbe a fare uno studio geologico approfondito, a sapere in quale tipologia di terreno stiamo scavando, se ci sono canalizzazioni o falde. Costruire in superficie ci consente di adattarci a quasi ogni tipo di terreno.

D: State costruendo bunker in Ucraina?

R:  È un Paese in guerra, che si difende da una grande potenza come la Russia, con finanziamenti limitati, vincolati? Comunque è chiaro che può contare per lo più su armi militari. Dobbiamo considerare che la strategia della Russia è evidentemente quella di logorare l’Ucraina dal punto di vista economico. Comprendiamo bene queste circostanze, ma speriamo per il futuro. Come il governo ucraino sa bene, siamo a loro disposizione. Ci sono state comunicazioni con le loro autorità che comprendono e sembrano accettare la nostra tecnologia, e noi  capiamo le loro priorità, Dobbiamo quindi prepararci in tempo di pace, sperando che tutta questa preparazione non debba mai essere utilizzata.

D: Ha pensato di offrirli a Gaza?

R: Non è possibile, dato che non c’è accesso terrestre. Lavoriamo per proteggere la popolazione civile, e i civili sono civili, ovunque siano. O no? Abbiamo creato i RAMS per la guerra in Ucraina, dove c’è un aggressore e un aggredito, ma entrambe le parti hanno civili che devono essere protetti. Il nostro obiettivo è la sicurezza, creare un sistema che protegga la popolazione civile in caso di guerra o disastro.

D: Una curiosità, che tipologia di cliente si rivolge a voi?

R: I nostri principali clienti sono privati, offriamo prodotti personalizzati per ogni cliente, Paese, Nazione.

D: Bunker?

R: Bunker, ma soprattutto stanze del panico.

D: Le stanze del panico sono come quelle che vediamo nei film?

R: Le nostre stanze del panico sono progettate su misura per il cliente, ideate per restarvi al massimo un paio di giorni, ma con la cura per ogni minimo dettaglio. Quando un intruso entra nella tua casa, la senti violata e non ti sembra più tua. Per questo motivo creiamo sistemi reattivi meccanici che permettono non solo di frapporre un muro tra noi e l’aggressore, ma anche di allontanare quest’ultimo dall’abitazione.

D: Sistemi reattivi meccanici?

R: Immagini che entrino in casa sua, lei si rinchiude nella stanza del panico, ma, anche se la stanza è chiusa, è difficile non avere paura. Una volta passato il pericolo, vedrà di nuovo la sua casa come il suo rifugio intimo? Difficile. I nostri sistemi reattivi permettono non solo di mettersi al sicuro, ma anche di respingere gli aggressori attraverso sistemi che permettono di attivare allarmi acustici, nebbie chimiche, chiudere porte, ecc… Il fatto che siano meccaniche non è un caso, l’occupante deve attivare queste difese ed essere consapevole di farlo, perché in questo modo sente di non aver perso il controllo della propria casa, infatti il controllo è dell’occupante della stanza e non dell’aggressore.

Capisce che non posso fornire maggiori dettagli, ma si opera sempre nel rispetto della legislazione di ogni paese.

D: Sono curiosa di sapere qualcosa in più, l’immagine che si accende nella mente è la scena di qualche film.

R: Le dirò qualcosa in più allora. Non è solo una questione di mettere dell’acciaio; le stanze del panico hanno botole, sono piccole, esclusive ed attrezzate per scappare, se necessario. Queste entrate/uscite hanno la medesima sicurezza dell’ingresso principale, ma immagini di avere dei bambini piccoli: entrano nella stanza del panico, si chiudono dentro e non sanno come uscire. Nei loro tentativi di liberarsi, bloccano la porta. Come li fa uscire? È una stanza blindata. Grazie a questa botola corazzata, si può accedere all’interno. Ora immagini di rifugiarsi dentro la stanza del panico; l’aggressore sa che c’è una botola, potrebbe entrare attraverso quella., ma, anche conoscendo il luogo e i codici, non potrebbe, poiché la botola corazzata, ha dei lucchetti meccanici che l’utente può azionare per impedire l’accesso a chiunque.

La sicurezza risiede nei piccoli dettagli.

Anni fa, ho ascoltato in una conferenza il comandante italiano Giovanni Manunta, autore della teoria APT (attore, protezione, target), ancora oggi di estrema rilevanza. La sua teoria riguarda l’equilibrio tra l’attore, la protezione e il bersaglio in una situazione specifica. Una curiosità, oggi suo figlio guida una rinomata e rispettata società di consulenza in materia di sicurezza, che collabora attivamente con GBI Baluart, così come Enrique de Madrid, esperto di sicurezza. Altra curiosità, se posso permettermi, il fondatore di GBI, Daniel Pio, ha lavorato molti anni per me ed oggi è socio e migliore amico. Abbiamo grandi professionisti sia qui che all’estero con il chiaro obiettivo di migliorare costantemente.

D: E per evitare che la stanza segreta diventi una vera Panic room, è consigliabile e possibile, nel caso, inserire ulteriori personalizzazioni che, a livello psicologico, possano aiutare a gestire il tempo di permanenza?

R: Siamo tutti uguali e diversi allo stesso tempo, ogni stanza è progettata in base alla struttura dell’edificio e all’area in cui deve essere collocata e allo stesso tempo adattata alla specifica persona o famiglia per la quale è stata ideata, al punto che a volte finisce per essere una stanza molto utilizzata senza che ci sia bisogno di un allarme per entrarvi, la usano perché la trovano piacevole. Un rifugio, a volte, con un uso quotidiano e per la vita di tutti i giorni.

Nel caso di progettazioni commissionate da istituzioni ovviamente il discorso è in parte differente, ma anche in tal caso sono possibili integrazioni. Ad esempio, un rifugio antiaereo modulare RAM, che l’unico prodotto GBI con un design funzionale di serie, può essere integrato con moduli speciali, come il modulo ospedale. Nel caso di un bunker, a seconda delle esigenze del cliente, se per settimane o mesi, o nel caso di un rifugio nucleare, che sarà progettato per far vivere gli occupanti per anni e anni, i progetti sono sempre personalizzati.

D: Intuisco che avete costruito rifugi nucleari.

R: Esatto.

D: Potrebbe parlarcene? Ubicazione, committente?

R: No, come capirà.

D: Sono costosi?

R: Che cosa intende per “costoso”?

Un rifugio nucleare è progettato per l’impensabile. Se viene usato e la minaccia diventa reale, diverrà per anni l’habitat di alcune persone. Avvocato, quanto ha pagato la sua casa? Deve considerarlo come una casa, solo molto più complessa e completamente autosufficiente.

D: Come posso sapere se un rifugio nucleare è funzionante? Chiaramente, se c’è una guerra nucleare o una catastrofe e il rifugio non si rivelasse funzionale allo scopo non potrei far causa al costruttore. 

R: In effetti è una domanda lecita. La maggior parte dei rifugi che poi si rivelano non idonei ha visto gli sforzi dei progettatori concentrati per lo più sulle mura e le porte, quando quella è la parte più semplice. L’aspetto complesso, ma vitale, di un rifugio nucleare è la zona di servizio e rifornimento. Non guardate agli scaffali pieni di lattine e, se lo fate, controllate se c’è qualcosa dentro le lattine. La chiave della sicurezza, come funzionalità, è nella zona di servizio, che è la  sezione più complessa e costosa. Dall’approvvigionamento di acqua, che dovrete bere e usare per lavarvi, alla generazione di energia, al trattamento dei rifiuti, ecc…

D: Perché le persone che vivono in un Paese non in guerra vogliono un loro rifugio? E’ per semplice paura oppure hanno disponibilità di informazioni ulteriori?

R: Non si tratta di paura ma di prevenzione. Lei ha un’assicurazione sulla vita, vero? Non significa che morirà domani, ma sicuramente dà tranquillità e potrebbe essere di aiuto alla famiglia, in questo caso si potrebbe affermare la medesima cosa. Un bunker o una stanza del panico già “pronti” in caso di emergenza, sono una tranquillità e comunque è consigliabile che abbia un’utilità quotidiana: camera blindata personale o, perché no, come sala multiuso, sala giochi, ufficio, ecc.

D: Si parla di terza guerra mondiale, lei crede che sia imminente?

R: Noi ci dedichiamo a immaginare i peggiori scenari possibili e a cercare soluzioni per affrontarli, ma speriamo sempre nel meglio. La sicurezza si costruisce oggi per dormire tranquilli domani, ma, come ha detto, viviamo in tempi incerti. In Ucraina, vediamo giocattoli, elementi che erano pensati come tali, come i droni, trasformati in armi mortali per ingegno e necessità. Noi creiamo difese reattive per affrontare le minacce e ci sono  fattori che devono essere considerati e situazioni che devono essere affrontate  che sembra siano stati tralasciati. È il momento di farlo.

L’investimento nella difesa rispetto alle armi è preferibile, per certi aspetti, anche per un ulteriore motivo. Pur non volendo ipotizzare una escalation, cosa faremo di tutte quelle armi che oggi vengono appositamente prodotte ed utilizzate? E le imprese che medio tempore si saranno convertite nella produzione di armamenti?

D: Già si parla della presenza della lobby dell’industria delle armi nell’UE, c’è il pericolo che questa possa acquisire un peso determinante sulla bilancia della decisione Guerra-pace?

R: Mi sta chiedendo se sussiste il pericolo che si diventi come quei Paesi che sembrano essere spinti alla guerra per soddisfare la loro industria bellica? A differenza di queste altre nazioni, l’industria europea ha spirito di adattamento e si potrebbe definire “fantasiosa”, il che le ha dato la possibilità di sopravvivere reinventandosi. Vi faccio un esempio ammirevole, una nota fabbrica di macchine da caffè a capsule, durante la prima e seconda guerra mondiale, era dedita alla costruzione di cannoni. Pensate alla forma delle capsule, sembrano proiettili, e alla meccanica delle macchine per il caffè: si aprono o assemblano lasciando un foro per l’inserimento , appunto, della capsula. Una volta inserita, perché il caffè fuoriesca è necessario abbassare una leva o premere un qualcosa, così come un grilletto, solo che invece di sparare un proiettile ora spara il caffè.  Mi piace pensare che collaboreremo in questo senso, che sapremo rispondere alle esigenze dell’Europa. Un’altra cosa è che, nel migliore dei casi, l’industria non diventerà un male temuto, ma un servizio allo sforzo comune. Piuttosto cosa accadrà a tutti quei soldati che oggi sono in prima linea, che hanno imparato le tecniche militari, che hanno ucciso, si rassegneranno a stipendi minimi?

D: Stiamo creando futuri mercenari?

Ancora una volta, la chiave sta nell’economia, le soluzioni del domani sono nel presente. Dobbiamo preparare un piano che recuperi l’economia ucraina confidando che nel prossimo futuro  possa essere un vero motore economico e sociale, creando opportunità per la riconversione delle imprese e l’integrazione nella vita civile anche dei militari professionisti. Credo sia un progetto attuabile. Ho fiducia nell’industria europea, nella sua ingegnosità e adattabilità e questo è il motivo che spinge la GBI, consulenza sulla sicurezza, ad investire nello sviluppo di un nostro sistema di gestione e protezione dei dati digitali, come asse di diversificazione affinché non sia solo guerra a guidare ed ispirare il nostro lavoro.

Publicado en nuovo giornale nazionale

Sistema automático de llamada de emergencias ¿Nos espían? NO

Sistema automático de llamada de emergencias ¿Nos espían? NO

El pasado sábado 02 de septiembre de 2023, en la comunidad autónoma de Madrid, se activo el sistema de llamada de emergencia.

Todos los teléfonos móviles en las zonas que las autoridades de la comunidad autónoma consideraron de alto riesgo se activaron con una estridente y molesta alarma que avisaba de grandes lluvias y fenómenos meteorológicos adversos y pedían a los ciudadanos que permanecieran en sus hogares o en los lugares donde estaban si eran seguros y evitaran los desplazamientos.

En gran parte de Madrid fue cubierta de una lluvia liguera, mientras que en el sur de la comunidad se produjeron fuertes lluvias.

Era la primera vez que se activaba este sistema de aviso. (Sistema de alarma que no comparto, no por que sea invasivo, sino por considerarlo escaso, debería acompañarse de sistemas de alarma sonoro en las calles). Hasta aquí la noticia.

Este es un sistema que tiene un único fin… no es espiarnos, no es fastidiarnos la siesta y mucho menos meternos miedo, es salvar vidas.

Es una herramienta cuya única pretensión es salvarnos ante un peligro. Pero vivimos en tiempos curiosos.

Creo recordar que Umberto Eco cuando le preguntaron por las redes sociales dijo algo así como: Las redes sociales son el megáfono de los borrachos de taberna.

Así que muchos emplearon ese megáfono aduciendo a otro miedo, no el de la DANA (ojo los más mayores recordaran que a este fenómeno se le llamaba gota fría, pero carecía del dramatismo que hoy le damos a todo)

Así que se comenzó con ciertas preguntas para unos verdaderas preocupaciones y a ellos me dirijo, para otros una forma miserable de rascar un “me gusta” o hacerse los importantes.

  • ¿Es que me tienen localizado? Si y no, el sistema de alarmas de emergencia funciona por antenas de telefonía, que quiere decir, que cuando el 112 activa una antena para hacer una llamada de emergencia, todos los teléfonos dentro del radio de acción de esa antena suenan. (traducido no hay un espía tras de ti en patinete siguiéndote por ordenes del gobierno de turno)

Luego esta quien dirá con cierta suspicacia… ¿Si yo tengo el GPS de mi tlf desactivado?  De nuevo si y no. Tu desactivas uno, pero un teléfono móvil moderno tiene más de uno… ¡me espían! No, ese otro sistema de gps lo que hace es permitir a tu teléfono conectarse de una antena a otra permitiéndote siempre o casi siempre tener cobertura, por explicarlo de forma sencilla.

  • ¿Es que el gobierno le ha cogido gusto a meternos miedo para tenernos en casa? Si estamos en casa la economía se retrae, ergo quitando la emergencia todo empeora y ningún gobierno quiere problemas por deporte sea local, regional o nacional. Ahora un breve ejercicio de empatía, imaginaos al hombre o mujer que ha tomado esta decisión… recibe un informe de una amenaza seria a las propiedades y vidas de sus vecinos. Sabe que, si acierta y salva vidas, ni cristo le dará las gracias, pero como se equivoque… irán a por el con antorchas y rastrillos afilados o la versión moderna, un tuit con mala gaita, pidiendo su dimisión.

Recordemos que en España al menos hay 3 muertos por el paso de esta DANA, que a su vez a seguido avanzando y esta provocando lluvias impensables en Grecia, Bulgaria y Turquía.

 

El miedo

El miedo

¿Qué es el miedo?

La angustia ante algo que nos amenaza, que puede ser real o no. El miedo es una emoción que no entiende de realidad o fantasía, nos atenaza, angustia.

Hace no tanto escuchando la conferencia de un filósofo, explicaba muy bien el miedo y su reacción así que extrapolare una pequeña parte de su conferencia.

Hablaba de que los animales tienen 4 reacciones frente al miedo

  • La primera: Huir
  • La segunda: Hacerse el muerto
  • La tercera: Atacar
  • La cuarta: someterse

Pese al anunciado que da lugar a la lista, hay una quinta reacción que es sumamente humana.

  • La quinta: hacer lo que hay que hacer.

La valentía, no es más que afrontar esa amenaza que nos atemoriza, pensando, razonando una respuesta ante ese miedo.

Evaluar desde esas grandes reacciones cual es la más apropiada para hacer frente a esa amenaza.

¿Huimos? ¿Nos hacemos los muertos? ¿Atacamos? ¿Nos sometemos?

Puede que no tengamos que acometer una de estas grandes reacciones frente al miedo, puede que esta amenaza evolucione y debamos conjugar las respuestas.

 

Civis pace

Civis pace

Si pensamos en seguridad ciudadana, enseguida nos vendrá a la mente, la policía, los jueces y fiscales, las leyes, las cámaras de seguridad, hasta los vigilantes de seguridad.

Esta forma de relacionar seguridad ciudadana tiene una traslación palpable cuando hablamos de un barrio, una ciudad, un estado o un país inseguro.

No es extraño que la gente relacione inseguridad, con falta de policía, con la necesidad de penas más duras para los delitos, de renunciar a la privacidad para retomar la seguridad.

El siguiente nivel será culpar de este estado de inseguridad a los mismos que deberían garantizarla, políticos corruptos, policías corruptos.

El quebranto de la paz social desemboca en inseguridad y esta a una ciudad, un estado o un país fallidos.

En realidad, es un quebranto social, es un desgarro de la misma sociedad en todos sus ámbitos.

Lo cierto es que, llegados a este punto, es fácil dar una respuesta simplista que en apariencia promete resolver la inseguridad. Leyes más duras, más policía, perseguir a los corruptos y de cumplirse tiene un éxito tan inmediato como efímero.

La seguridad es un tema tan transversal y complejo que las soluciones mágicas si no se profundiza en las causas que ha conducido a este deterioro de la seguridad ciudadana, no serán más que una nueva soga que ahogue al mismo ciudadano que pretendía salvar. 

Pero la mayoría de los humanos queremos las cosas claras y eso a veces lo confundimos con simples e inmediatas.

La seguridad ciudadana depende de muchos factores:

Ciudadanía

  • Educación
  • El arraigo del los ciudadanos a la sociedad
  • Oportunidades laborales
  • Economía de los ciudadanos
  • Ascensor social, funciona. ¿Cómo?
  • Tejido social.

Urbanismo:

  • Plazas o lugares espaciosos para la interacción comunitaria.
    • Iluminación
    • Vegetación (crear entornos que disminuyan el estrés)
    • Usos/Actividades (gimnasios abiertos, canchas de básquet, futbol etc…, mesas de pin pon)
    • Mobiliario urbano
  • Regulación y reordenamiento viaria
  • Rediseño de trazado de calles
  • Creación de ramblas y avenidas, que permitan oxigenar la ciudad o pueblo.
  • Eliminar las calles estrechas en la medida de lo posible.
  • Fomentar la vivienda social evitando la concentración, de estas construcciones integrándolas en todos los barrios.

 

Servicios públicos

Apostar por los servicios públicos, una red extensa que de una cobertura igualitaria a los ciudadanos.

  • Reorientar y apostar la asistencia social, no solo como una medida de choque para los más desfavorables, integrándolos con planes de desarrollo y formación.
  • Limpieza y mantenimiento de calles
  • Cobertura amplia
  • Justicia mejora presupuestaria
  • Policía, mejoras salariales, equipo, formación y si es necesario ampliación de efectivos.
  • Servicios penitenciarios, reorientados a la inserción, las cárceles todos sus espacios interiores deben estar en manos y bajo el control de la administración no de los presos.

 

Esta es una breve lista, que como si de una telaraña se tratara donde cada uno de estos factores actúa como un hilo de la telaraña interconectado con el resto. 

Como se empieza a torcer todo como pasamos de una sociedad segura a una insegura.

Hay decenas de causas sin duda, en cada caso se debe estudiar el particular, pero suele comenzar con un retroceso del estado del bienestar por nimio que este fuera.

Una crisis económica, donde el capital pasa de ser una herramienta a ser el único objetivo.

Estas palabras o estas frases que pueden parecer marxistas son creadas tras leer la mano invisible de Adam Smith, que poco tiene de marxista.

La sociedad no deja de ser una formula humana de justicia de comunidad, en la que nos agrupamos para no regirnos por la ley de la selva.

Creo que fue Heródoto historiador griego que recogió: Que, a la muerte de un rey persa, las leyes quedaban en suspenso 5 días, durante esos 5 días, se podía robar, asesinar, violar, solo durante cinco días, la finalidad era que la gente comprendiera el valor de les leyes de vivir bajo el amparo de la ley.

Imagino que de tal dato alguien saco la idea de la saga de películas y la serie de la purga, donde unos nuevos pares fundadores de los estados unidos crean un día durante el cual, la gente puede cometer toda serie de delitos, violaciones, asesinatos, matanzas. Durante 12 horas todo está permitido.

Para aquellos que fantasean con tal idea como solución mágica les diré cual es el paradigma de la caza en la selva, es que la presa puede ser el cazador. Que os hace pensar que series los más fuertes o cuánto tiempo lo series.

Una sociedad golpeada por una crisis financiera, que deja caer a sus ciudadanos en la pobreza, que recorta en servicios públicos, que privatiza servicios públicos. Toma el camino del quebranto social e institucional.

Para que sirvan las instituciones si no defienden a los más débiles, si lo que hacen es abogar por la ley del más fuerte la ley de la selva, las instituciones no están para proteger a los más poderosos, las instituciones están para defender a los más débiles y al conjunto de la sociedad.

Recordad el dicho, una cadena es tan fuerte como lo sea su eslabón más débil.

Bajando los recursos que asignamos a esta “civis pace” (paz ciudadana)  creamos vacíos en el tejido social, vacíos que pronto serán ocupados por grupos de delincuentes o mafias.

Que impondrán llegado un punto un modelo de paz social condicionada a la mafia o mafioso de turno. Esta paz puede llegar a ser hasta financiera.

Personas excluidas del sistema financiero, que acudirán a las mafias porque les garantizan el creído a un gran interés con graves consecuencias si no cumplen, pero están ahí y están dispuestos a hacerlo cuando la banca les cierra la puerta.

Lo mismo ocurre cuando se le priva de recursos a la policía, cuando se les congela o baja el sueldo, cuando se degrada su rango de autoridad o simplemente pierden el respeto de los ciudadanos.

Cuando privatizamos los hospitales y creemos que la salud es solo un negocio. Como si un enfermo enfermara por capricho.

Cuando vemos la educación como un simple formula de embutir mil datos y formulas, sin enseñar valores, ética y enseñar a los alumnos a pensar.

Es tentador culpar de todo esto a los políticos… “Los políticos” hasta cuando hablamos de ellos, lo hacemos como si fueran de otro mundo y no, son ciudadanos que salen de la misma sociedad, son un reflejo de nuestra sociedad.

Así comenzamos a renunciar primero a personas que se ven al margen de la sociedad… Luego dejamos perder calles, barrios, zonas que llegamos a considerar prescindibles y por ello se deja de invertir en ellas, de vez en cuando se intentan acciones de más policía… que tienen como resultado grandes redadas o operaciones que llenan las cárceles, pero al poco nace otro cartel, nace otra mafia que ocupa el vació dejado por los detenidos. Lo hace por que el estado, después de esa macro intervención vuelve a hacer abandono de funciones.

Siempre me ha divertido la expresión, un lobo con piel de cordero… no soy de temer lobos, un lobo mata aquello que necesita para alimentarse, me dan más miedo los corderos que les aterroriza ser corderos y se hacen lobos, porque para ser cordero con piel de lobo, tienes que matar siempre porque cuando dejas de matar y te miras al espejo, ves que sigues siendo un cordero.

Una vez tenemos analizamos las causas que han conducido a esa situación toca comprender cada una de las herramientas a nuestro alcance para revertir la situación.

En este punto es cuando más fuerte sonaran los cantos de sirena. Como el canto que escuchaban los marineros del argonauta, si seguimos sus voces conducirán a nuestro barco derecho contra las rocas

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La ley de la protección de datos y el caldero mágico.

La ley de la protección de datos y el caldero mágico.

Si usted tiene una empresa, seguro que ha contratado un servicio de protección de datos, con la gestoría, un despacho de abogados o una empresa “experta”

En dicho contrato les hicieron firmar 200 papeles, les crearon un modelo para que firmen clientes, proveedores y trabajadores, como parte del servicio y por aquello de parecer resultones, les añadieron una parrafada control C, control V, de texto legal adaptado, básicamente un texto genérico en el que añaden su nombre y sirve para una zapatería o un banco.

Con eso la mayoría piensan que ya están cubiertos en su responsabilidad de proteger datos de carácter personal. Si leen la letra pequeña de los contratos que han firmado a un precio exorbitado, descubrirán que son responsables de la seguridad e integridad y buen uso de esos datos, niel despacho de abogados, ni la gestoría, se harán cargo.

Si van al cuerpo de la ley, (Seamos sinceros, la narrativa del BOE no es apasionante, para un lector, salvo para los masoquistas de la lectura) verán que han cumplido la parte administrativa, ósea en caso de robo, secuestro o mal uso de datos, más que un salvavidas, han comprado el queroseno y una caja de cerillas muy majas con las que prenderse fuero a si mismos. Ideal para una barbacoa siempre que tengan vocación de chorizo parrillero.

Si tiene una empresa o se dedica a la investigación, verán que esos papeles que firmo, siempre obvian otra ley por desconocimiento en la mayoría de casos, la 1/19, no confundir con el articulo 1/19 de prevención de riesgos laborales.

La ley 1/19 ley de secretos empresariales. Esa si conviene que se la lean de principio a fin.

Resumiendo

Primero debe aprender que datos debe proteger, una vez tenga claro que datos deben ser considerados sensibles debe implementar medidas reales de protección de esos datos; físicas y digitales que protejan sus datos sensibles.

La Prisión como Escuela Criminal: Efectos entre internos y aprendizaje delictivo entre rejas.

La Prisión como Escuela Criminal: Efectos entre internos y aprendizaje delictivo entre rejas.

Foucaultnos explica, en “vigilar i castigar”[1] que las cárceles son una especie de suerte,  consecuencia de la reformas ocurridas en los sistemas penales, que antes reposaban directamente en los castigos físicos.

Ya en el siglo XIX se generalizaron las prisiones,con la idea de la libertad como bien supremo y motivador, su privación por tanto hizo que se convirtieraen un castigo universal y, en si mismo, iguala a los hombres en aplicación del concepto que debe representar los principios de igualdad de la justicia. Expresando así las ventajas sobre otros castigos, pues entonces, es posible cuantificar una pena según el tipo de delito[2], además comparativamente resulta mucho más humanitario que el castigo físico, en la medida en que se considera que esta institución total puede reformar al interno penado al ser ese, el lugar ideal para aplicar la disciplina, a través del encierro. Es en este punto donde la psicología se involucra, se considera al criminal como una persona con desviaciones patológicas[3] y nace la criminología como ciencia multidisciplinar y empírica. Aunque es,“Foucault quien señala que la prisión no reforma ni normaliza al delincuente; sino que produce unos efectos contrarios y lo significa como un fracaso del sistema”[4].

Podemos considerar que la circunstancia de estar encarcelado y  privado de libertad trae aparejado consecuencias traumáticas y psicológicas importantes tal como nos indican numerosos estudios.

Estas secuelas pueden desarrollar una cadena de efectos, distorsiones afectivas, i micro traumas cognitivos y emocionales y perceptivas, todo eso provocado por la tensión emocional dentro del ambiente penitenciario.

La prisión a menudo se encuentra al final de la cadena cuando las otras instituciones han fallado. Y donde han fallado, se le pide a la prisión que triunfe. Todo un reto espectacular para dentro de un marco restrictivo, hostil y de quebranto interior de cualquier persona.

El objetivo encomendado a la prisión por mandato constitucional[5], es reeducar i reinsertar como principal misión, sin desvincular a los presos de la sociedad donde vivimos todos, y donde más tarde habrán de reintegrarse. Por lo tanto, deberemos asegurarnos, en la medida de lo posible, de que vamos a ayudar al penado a rehabilitarse y encontrar su camino de regreso a la sociedad.

Goffman[6], “reconoce que los internos importan una cultura a la institución a la que ingresan, pero plantea que al momento mismo delas propias condiciones de encierro fusionan y adapten esta subcultura a la propia de la misma cárcel”.

Las directrices penitenciarias sobre reeducación y rehabilitación y las normas internacionales reafirman que la rehabilitación de los delincuentes y  su reintegración exitosa dentro de la comunidad social son unos de los objetivos básicos del proceso que la justicia penal atribuye al sistema penitenciario.

De hecho, la distinción entre la cultura carcelaria  y la subcultura delictiva la que clarifica la fina distinción entre los patrones de conducta de las distintas

categorías de los presos. En este sentido los ciudadanos se preguntan si realmente los internos que cumplen condena en un centro penitenciario, tienden a aprender y desarrollar más y mejores habilidades en las especialidades, de robo, hurto o la que les llevó a vivir temporalmente entre rejas. Realmente, a través de los años y hablando directamente con internos e intentando socavar información, hemos recogido opiniones y testimonios de diferentes profesionales para que nos apunten verdades o mitos sobre estos conceptos. En este sentido, nos preguntamos si la cárcel reeduca i reintegra a las personas penadas, o si los internos mientras cumplen condena realizan, las especializaciones en grado de máster y doctorado profesionalizando más y mejor a los internos penados por la comisión de delitos.

Al hacerlo, enfatizan sobre la importancia de las intervenciones de tratamiento penitenciario[7]para ayudar a la reintegración social de los delincuentes como un medio para evitar mayor delincuencia y proteger a la ciudadanía que vive en libertad. De hecho, se dice que la adopción de medidas para asegurar la reintegración eficaz de los internos dentro de la comunidad es una de las mejores y menos costosas maneras para evitar que vuelvan a delinquir, estos aspectos siempre son cuestionables a los analizados datos subjetivos, a veces maquillados, que buscan el contento de la sociedad victimizada por haber sufrido o por miedo a padecerlo[8]. Esto nos invita a preguntarnos, si los internos penados, aprenderán y perfeccionan nuevas habilidades para la comisión de mejores delitos, robos, físicos, telemáticos, o de cualquier tipo de conocimiento de fallos y trucos jurídicos y administrativos sobre las experiencias de otros.

La respuesta seria extensa y detallada, pero no podemos generalizar, las prisiones y sus habitantes, ofrecen diferentes resultados según los países, según diferencias culturales y valores, las diferentes economías y niveles de ocupación y pobreza, tradiciones, religiones entre otras razones.

Si bien es cierto que, la convivencia e interacción que se producen entre los internos mientras viven en los módulos residenciales de un centro penitenciario, hace que intercambien habilidades y se conviertan en un lugar de contactos positivos y negativos, de camaradería, aunque a veces también de rencillas y otras violencias.

Conversar con los ciudadanos de una gran ciudad de nuestro país, nos humaniza y nos da más información de la realidad, pero también nos aporta una duda directa. “La prisión ya no es el castigo por excelencia, y por tanto no disuade a casi nadie, se ha quebrado el principio de prevención general[9].”

Según estas opiniones no recogidas en las estadísticas sociales interesadas. No estamos seguros de saber si es urgente o necesario cambiar la política penal y devolver la cárcel al sitio represivo que le corresponde, sobre todo para algunos tipos de delitos, los cuales victimizan a las personas para toda su vida, y que paradójicamente no generan dedicación de recursos necesarios para ayudarlos, en cambio ocurre lo contrario para las personas que quebrantan la ley y vulneran radicalmente los derechos de las víctimas.

La finalidad de la pena de prisión es devolver a los individuos dóciles, aprendidos  y útiles para que se puedan reinsertar en la comunidad.

Podemos cuestionar que entendemos sobre las funciones de la prisión, sus efectos, y su utilidad social. Los más pesimistas dirán en el sentido percibido que la prisión es la una escuela de la delincuencia, un criadero de reincidencia y por tantounauniversidad de loajeno; los más optimistas, en el patrimonio reformista, humano y filantrópico, la verán como un posible lugar de inserción, de reintegración, de segundas oportunidades, reflexión y duelo, corrección y vida nueva, o incluso, con perspectivas más moralistas, de expiación y redención interior. Pero la pregunta también se puede proyectarcon sentido punitivo, en relación con el reino de los programas educativos en el sistema penitenciario: ¿qué papel juega la educación?, ¿juega bien o mal?, hoy en día, en las prisiones españolas, catalanas y ahora ya también vascas? Al aceptar el reto de este artículo de mi amigo el escritor Daniel Pio Gutiérrez, sobre la base de mi experiencia laboral y mi tesis doctoral,en tanto a la gestión y la educación penitenciaria titulada,”Anàlisi de la seguretat humana en l’àmbit penitenciari: riscos multifactorials”[10]

tal como se presentó la realización del artículo, me pareció interesante relacionar que las cuestiones penitenciarias educativas y de gestión siguieran estando vinculadas.

¿Quién no se ha hecho preguntas  sobre el funcionamiento y los gastosque generan nuestras prisiones?, y si servía para algo, sobre la decadencia humana del encierro, quien no ha pensado si la capacidad de servicio de una prisión podía garantizar eficazmente la seguridad de los ciudadanos, y que los malos estuvieran a buen recaudo. Al final la experiencia de la democracia y los derechos humanos nos hacen plantearnos, si hay, soluciones alternativas que puedan ponerse en marcha.

Los profesionales multidisciplinares que hemos estudiado estos problemas durante años entendemos que son interminables: criminólogos, jueces, magistrados, abogados, sociólogos, psicólogos, funcionarios de vigilancia, psiquiatras, maestros, monitores, activistas asociativos,…pero falta contar con los ciudadanos usuarios y clientes, los internos penados  integrantes y protagonistas, hace falta que participen mas y mejor, debemos recoger todo esa experiencia de vida, de carencias y de aprendizaje tal como sucedió con el principio de la aplicación de la libertad condicional, que explicamos a continuación. Debemos aprovecharnos de la circunstancias y las casualidades para innovar las formas de vida dentro del encierro en prisión más integradora.

De hecho y casualmente, fue un fabricante de botas de Boston, John Augustus[11], en los Estados Unidos del siglo XIX quien, sin saberlo, introdujo un enfoque más humanista y equitativo dando como resultado ,el inició de un procedimiento que fue el precursor del “sistema de la libertad condicional[12] . En 1842, este filántropo artesano convenció a un tribunal para que le confiara la supervisión de un sentenciado alcohólico, en lugar de enviarlo a prisión. La experiencia fue exitosa e hizo que en los siguientes 16 años se gestionara desde su fábrica de calzado unos 2.000 internos aproximadamente, hombres y mujeres, a los que ofrecía trabajo y vivienda, a cambio de la obligación de someterse a sí mismos un cambio de vida (de ahí el término “libertad condicional“). De los 2000 penados, solo se detectaron media docena de internos que reincidieron de nuevo.

Cabe reflexionar que, los cambios en la vida de las personas son posibles, tanto fuera como dentro de los muros de la prisión… pero llevan tiempo; Por lo tanto, la prisión ha estado en el corazón de nuestro sistema penal durante dos siglos, con sus tres funciones fundamentales: castigar al delincuente, disuadirlo de reincidir y proteger a la sociedad. Estos ítems continúan a día de hoy,  en una evolución que no ha avanzado lo suficiente para considerarse lo suficientemente humanista[13]. Observamos que, prevalece la amenaza preventiva y la acción punitiva,  y la prevención general  no se caracteriza por una disuasión efectiva para disuadir al crimen,  y que tampoco la sociedad se protege suficientemente con rehabilitación y reinserción social.

Por lo tanto, para la mirada de algunos, la prisión se ha convertido en una especie de escuela de delincuencia, especialmente en las prisiones, que incluyen a los internos manteniendo un mismo de tiempo de convivencia, se hace efectivo el principio de la transferencia por relación y afinidades los condenados a sentencias cortas o largas. Farhad Khosrokhavar[14]nos dice que, una escuela de delincuencia, incluso… una escuela de yihadismo, hoy es más posible por el reclutamiento y los contactos para después de la condena relacionado con crimen organizado y terrorismo radical, pero se hace difícil hacer un trabajo estadístico sobre el fenómeno del terrorismo, pero es obvio que la prisión contribuye a que algunas personas adoctrinen a otras, sin ninguna duda.

Algunos estudios en criminología[15] no dejan de señalar que las penas de prisión también tiene sus efectos perversos. Al reducir las oportunidades de integración social, a través de la exclusión y la estigmatización, el encarcelamiento podría reforzar la identidad delictiva y fomentar la reincidencia. También es importante tener en cuenta las interacciones sociales dentro de la prisión entre los internos. En prisión, los reclusos pueden desarrollar, y así sucede en ocasiones, sus habilidades criminales y expandir su red para ser más efectivos en la comisión de nuevos delitos[16]. El objetivo general de la sociedad es sobre todo determinar si el encarcelamiento tiene un efecto preventivo disuasorio o criminógeno de perfeccionamiento.

Conclusiones

Necesitamos una renovación educativa y laboral para los internos, es un cambio cierto, poder aumentar el nivel educativo y de trabajo productivo como una actividad obligatoria, ya que se configura como las obligaciones que tienen nuestros hijos con el deber de ir al colegio, levantarse a tiempo para llegar a la hora, y cumplir con los encargos para poder desarrollar una personalidad y hábitos saludables de buenos ciudadanos. Esta opinión la podemos corroborar fácilmente en un conversación breve con cualquier interno mientras interaccionas con ellos ejerciendo las funciones propias de los funcionarios de vigilancia de las prisiones, ellos conocen las claves, por lo tanto no debe representar ser una revolución para nuestros profesores y profesionales del medio penitenciario,aunque ello les genere más obligaciones, cuando desde hace años lo demandan y nadie les hace caso. También cabe compartir mejores prácticas y mejores tecnologías para aumentar la participación de todos los internos, incluso en las áreas de educación, modernización y simplificación de la gestión de sus módulos de residencial.Vale la pena seguir trabajando para cambiar la escuela del crimen por una escuela de nuevos hábitos, nuestra fuerza es nuestro trabajo.

 

Josep Lluís Mateo Álvarez

Criminólogo-Analista de Factores biológicos en la conducta antisocial

 

[1]Foucault, Michel: (Poitiers, Francia, 1926-París, 1984) Filóso fofrancés. Estudió filosofía en la École Normale Supérieure de París y ejerció la docencia en las universidades de Clermont-Ferrand y Vincennes, tras lo cual entró en el Collège de France (1970). Influido por NietzscheHeidegger y Freud, en su ensayo titulado Las palabras y las cosas (1966) desarrolló una importante crítica al concepto de progreso de la cultura, al considerar que el discurso de cada época se articula alrededor de un «paradigma» determinado, y que por tanto resulta incomparable con el discurso de las demás. Del mismo modo, no podría apelarse a un sujeto de conocimiento (el hombre) que fuese esencialmente el mismo para toda la historia, pues la estructura que le permite concebir el mundo y a sí mismo en cada momento, y que se puede identificar, en gran medida, con el lenguaje, afecta a esta misma «esencia» o convierte este concepto en inapropiado.

[2]Aspectos prácticos de la calificación: orden de las operaciones para una correcta determinación de la pena. Análisis del orden de las operaciones a practicar para una correcta determinación de la pena conforme la doctrina y la jurisprudencia. Repasamos el camino lógico a seguir para ponderar todas las circunstancias y variables .Luis Geras Montilla. Fiscal sustituto. https://noticias.juridicas.com/conocimiento/articulos-doctrinales/15947-aspectos-practicos-de-la-calificacion:-orden-de-las-operaciones-para-una-correcta-determinacion-de-la-pena/

[3] Conductas desviadas: perspectivas desde la psicología social y el derecho penal del enemigo. Publicado el 9 de junio de 2021. Karina Vargas Hernández Licenciatura en Psicología, Universidad Autónoma del Estado de México (UAEM). Eduardo Daniel Vázquez Pérez, Sociólogo, por la FES Acatlán, UNAM, Investigador visitante por la Universidad Complutense de Madrid, España, y maestrando en el Posgrado en Derecho de la UNAM.https://revistas.juridicas.unam.mx/index.php/hechos-y-derechos/article/view/15966/16796

[4]Foucault, Michel: (Poitiers, Francia, 1926-París, 1984). Libro vigilar y castigar.

[5]Artículo 25 de la Constitución Española:1. Nadie puede ser condenado o sancionado por acciones u omisiones que en el momento de producirse no constituyan delito, falta o infracción administrativa, según la legislación vigente en aquel momento.2. Las penas privativas de libertad y las medidas de seguridad estarán orientadas hacia la reeducación y reinserción social y no podrán consistir en trabajos forzados. El condenado a pena de prisión que estuviere cumpliendo la misma gozará de los derechos fundamentales de este Capítulo, a excepción de los que se vean expresamente limitados por el contenido del fallo condenatorio, el sentido de la pena y la ley penitenciaria. En todo caso, tendrá derecho a un trabajo remunerado y a los beneficios correspondientes de la Seguridad Social, así como al acceso a la cultura y al desarrollo integral de su personalidad. 3. La Administración civil no podrá imponer sanciones que, directa o subsidiariamente, impliquen privación de libertad.

[6]ErwingGoffman, Internats: Assajos sobre la situació social de 10s malalts mentals (Buenos Aires: Amorrortu Editores, 1972). Primera edició en anglès, 1961.https://ddd.uab.cat/pub/papers/02102862n6/02102862n6p198.pdf

[7] Beck, U. (1998). La sociedad del riesgo. Barcelona: Paidós Ibérica, S.A.

[8]Galvan Garcia, Valentín: “Sobre la abolición de las cárceles en la transición española”, en Historia Actual On Line, no14, (Otoño 2007), pp. 127-131.

9Matson, J. i T. DiLorenzo. El càstigo y sus alternativas: una nueva perspectiva para la modificación del comportamiento , Nueva York, Springer, 1984.

[10]Mateo Álvarez, José Luis 

Empreu aquest identificador per citar o enllaçar aquesta tesi: http://hdl.handle.net/10803/673843

Director/a: Martínez Quirante, Roser. Programa de doctorat: Universitat Autònoma de Barcelona. Programa de Doctorat en Seguretat Humana i Dret Global.

[11] “Massachusetts, EE. UU., Death Records, 1841-1915”, digital images.v. “John Augustus”, AncestryLibrary.com.

12La libertad condicional se regula en el 90 Código Penal y siguientes. Según la nueva redacción del 90.1 Código Penal, el juez de vigilancia penitenciaria acordará la concesión de la libertad condicional al penado que cumpla los siguientes requisitos:

1/Que se encuentre clasificado en tercer grado.

2/Que haya extinguido las tres cuartas partes de la pena impuesta.

3/Que haya observado buena conducta.

13El carácter “humanista y rehabilitador” de la cárcel: una crítica desde la perspectiva de Foucault. Autor Boueiri B., Sonia. Dentro de los discursos penitenciarios modernos predominan dos grandes corrientes, diríamos irreconciliables entre sí, que tradicionalmente discuten los fines de la prisión: la rehabilitadora y la punitiva. La más utilizada, la de la rehabilitación, se sostiene sobre la base de una institución capacitada para integrar al ex interno a la vida en sociedad después de un período de tiempo de tratamiento (a través de especialistas, formación para el trabajo, el estudio, el apoyo familiar, etc.). Por otra parte, la cárcel punitiva (catalogada por la primera como perversa), alega que a través del castigo se inhibirán conductas antisociales. Existe pues la creencia (o convicción) de que a partir de la corriente en donde estemos inscritos se determinaría la dinámica interna penitenciaria. http://www.saber.ula.ve/handle/123456789/43246

14La prison face au djihad. Autres: Antoine Garapon, Farhad Khosrokhavar, OuisaKies, Guillaume Monod, Jean-Louis Schlegel. ISSN 0014-0759, Nº 429, 2016, págs. 58-71

15Bentham, Jeremy. [1789] 2005. An Introduction to the Principles of Morals and Legislation. Boston: Adamant Media Corporation. Clarke, Ronald. 1986. “Introduction”, pp. 1-16. Ena Cornish, Dereck y Clarke, Ronald (eds.). The Reasoning Criminal: Rational Choice Perspective on Offending. New York: Springer – Verlag. Simon, Herbert. 1957. Models of Man. New York: Wiley.Paternoster, Raymond y Simpson, Sally 1996 “Sanction Threats and Appeals to Morality: Testing a Rational Choice Model of Corporate Crime”, Law & Society Review. Vol. 30, pp. 549-583.

16Akers, Ronald. 1997. Criminological Theories. Introduction and Evaluation. Los Angeles: Roxbury Publishing Company. ___. 1998. Social Learning and Social Structure: A General Theory of Crime and Deviance. NortheasternuniversityPress. Boston.